martedì 19 ottobre 2010

Colazione in centro


Cammino da solo per le vie del centro. E' affollato. La gente mi sfiora passando. Mi chiudo meglio il cappotto. Ci rinchiudo me stesso, i miei pensieri e la mia tristezza. Cammino distrattamente guardando con poco interesse i negozi che mi sfilano a fianco, incurante degli sguardi altrui. Avrei fatto meglio a starmene a casa forse, ma le pareti di quelle stanze urlavano ricordi ed ho preferito uscire e fare colazione in centro. Un croissant e un cappuccino non potevano che migliorare il mio umore.

Ho lasciato gli altri fuori, tanto nessuno piangerà per la fine di una storia. A nessuno mancherà. A nessuno mancherò. C'è chi, ne sono certo, troverà il modo di riderne. Allora ho messo una piccola maschera anche io. Sono il solito giullare, acidello e un po' ironico che si prende gioco di se stesso e degli altri nelle cene con amici.

Lascio scivolare addosso i commenti fintamente comprensivi, i malcelati sorrisi di giubilo, le finte pacche sulla spalla di chi in realtà non gliene frega nulla. Meglio così! Ti si chiude una porta e ti si apre un portone! Morto un papa se ne fa un altro! Meglio soli che male accompagnati! Luoghi comuni che non servono ad alleggerire il mio cuore.

Credo sia normale essere dispiaciuti per la fine di una storia in cui avevo sperato, anche se forse non avevo mai davvero creduto.

Credo sia giusto non essere pentito di quello che ho vissuto, nè di averlo voluto vivere contro il parere dei più, nè di averlo voluto chiudere, contro il parere del mio cuore.

Se poi penso al modo in cui tutto è finito, con il solito silenzio, il repentino distacco, non posso che dare ragione a quella canzone che dice:

"...poi del lasciarsi
il solito rituale
dove ogni uomo
diventa così banale..."


Non è nulla di sconvolgente infatti; tutto già visto. Tutto già provato. E' anche questo che fa crescere lo sconforto. L'idea che forse non è successo nulla di diverso da ciò che succede sempre, da ciò che prima o poi succede a tutti.

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